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anoressia e bulimia durante adolescenza
Adolescenza non ti temo!,  Mente e corpo in psicologia

Anoressia e bulimia, quando l’anima chiede aiuto

Malattie terribili, anoressia e bulimia, che agli occhi degli altri si esplicano attraverso un rapporto conflittuale con il cibo.

In realtà, affondano la loro origine in una sofferenza che c’entra poco con il cibo e molto con l’accettazione di sé e le relazioni sociali.

Incubo di qualsiasi genitore, mamme soprattutto, fino a qualche anno fa sembrava fosse una malattia appannaggio del genere femminile. Quindi l’occhio attento era rivolto ad atteggiamenti rivelatori delle figlie femmine.

La cronaca degli ultimi tempi, però, ha riportato casi, tanti, di disturbi alimentari anche dei ragazzi. In questo caso, la malattia è ancora più grave, perché spesso si associa, ad esempio, ad una dipendenza.

Come si distingue l’anoressia dalla bulimia

In estrema sintesi, cosa distingue l’anoressia dalla bulimia? La quantità di cibo che viene rifiutata. A livello psicologico- anche se si scopre più tardi- il discrimen è la causa scatenante.

Anoressia

L’anoressico il cibo lo rifiuta a priori. La motivazione più classica è quella che porta la persona ad avere un’immagine distorta di sé. Ci si vede grassi e bisogna dimagrire, tagliando le calorie. Questo il quadro classico, ma non unico nella pratica professionale, di chi cade nella malattia.

Non fa specie, quindi, il fatto che siano l’adolescenza (ormai si è capito senza distinzione tra maschi e femmine, sebbene le seconde rappresentino la percentuale più alta) la fase della vita in cui questa malattia può affacciarsi. Troppi modelli irraggiungibili e poco sani presi come riferimento, ed ecco che il proprio figlio vorrebbe assomigliare a quella persona famosa. E quando si guarda allo specchio vede un io che non gli piace.

In questo, le ragazze sono più brave a centellinare le quantità e, soprattutto, a stabilire un proprio diario alimentare in cui auto-determinano quali cibi ‘più sani’ mangiare-l’immancabile insalata scondita, ad esempio- rapportati a pesate da fame, nell’ordine di poche decine di grammi.

Se si è tavola,si potrebbe notare l’impulso di sminuzzare in quantità piccolissime il cibo, nel tentativo di procrastinare il momento in cui questo deve essere ingerito.

Altro campanello d’allarme, l’esagerata quantità di sport praticato (più movimento faccio, più brucio calorie, più dimagrisco- il pensiero di un anoressico) o, peggio, l’improvviso amore per la pratica sportiva in ragazzi poco avvezzi al movimento.

L’anoressico inizia ad avere la fissa dello sport soprattutto a fine pasto, con la convinzione che, facendo così, quel poco cibo ingerito non avrà il tempo nemmeno di essere assimilato.

Bulimia

Accorgersi di avere un figlio bulimico è più difficile. La componente ideativa è, nella maggior parte dei casi, una carenza, non necessariamente d’amore. C’è chi cade nella bulimia perché a scuola non ottiene i risultati sperati, ad esempio. Una carenza, appunto, visto come un insuccesso, a maggior ragione se si teme di aver deluso le aspettative di qualcuno.

Il bulimico mangia tutto, ma in quantità esagerata. Purtroppo, se si ha in casa la cosiddetta ‘forchetta buona’, un genitore può far fatica a riconoscere i campanelli d’allarme della bulimia.

Ma l’atteggiamento vorace del bulimico prima o poi si rende troppo evidente da poter sfuggire all’occhio di un genitore attento. Anzi, il bulimico cade spesso nell’errore di mangiare troppo facendolo di nascosto. Non si mangia in cucina, ma nella propria camera, destando i sospetti del genitore.

Poi, preso dal senso di colpa per l’abbuffata, il bulimico corre in bagno per vomitare, oppure per evacuare nel caso si siano assunti lassativi.

Aiutare un figlio con disturbi alimentari

Se un genitore ha il sospetto che il proprio figlio soffre di un disturbo alimentare bisogna evitare l’atteggiamento inquisitorio. Soprattutto, evitare di insinuare il dubbio (anche se spesse volte è così, ma meglio non insistere) che il figlio sia stato influenzato dagli amici, reali o virtuali (leggi gruppi Facebook e affini) che siano.

Si rischia di far sentire il figlio come quello che, incapace di ragionare in autonomia, si è fatto ‘riempire la testa’ dagli altri. Il miglior modo di perdere la sua fiducia.

Il primo passo, che è quello a cui il genitore deve aspirare, è l’ammissione dell’esistenza del disturbo. Più facile con i bulimici che con gli anoressici, resta comunque il punto di partenza per poter pensare di intavolare una qualsiasi terapia.

Perché, dopo l’ammissione, la strada obbligata è quella del consulto con un medico specialista. Da soli non si esce e questo bisogna farlo capire al proprio figlio. La famiglia, poi, avrà il compito di tenere duro e far tenere duro, affinché il malato non desista dal percorso di cura intrapreso.

A chi rivolgersi

L’A.B.A., Associazione Bulimia e Anoressia, è stata fondata dalla italo-belga Fabiola de Clercq, una delle prime donne in Italia a rendere pubblico il dramma personale dei disturbi alimentari, avendone lei stessa sofferto per 20 anni.

Con sede a Milano in via Solferino, 14, l’associazione è nata in seguito alle richieste dei lettori del primo libro autobiografico della de Clercq, ‘Tutto il pane del mondo’ , in cui ha raccontato il calvario della sua vita da bulimica prima e anoressica poi.

Oltre che a Milano, ABA ha anche centri associati a Roma, Varese e Piacenza.

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