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NEGLI OCCHI DELL’UGUAGLIANZA.

Non sarò libera finché ogni donna non sarà libera, anche se le sue catene sono molto diverse dalle mie.

Audre Lorde

Articolo a cura di Federica Pannocchia, scrittrice, sceneggiatrice e Presidente dell’Associazione di volontariato Un ponte per Anne Frank.


Non esiste ancora un Paese al mondo, neanche uno, in cui è possibile dire che vi sia la parità di genere. Un Paese in cui le donne sono trattate come gli uomini. In cui gli uomini possono sentirsi liberi di essere chi sono davvero. In cui esiste quel semplice, e al contempo difficile, bilancio tra uomo e donna. Un bilancio che porterebbe a cambiamenti, che aiuterebbe ad avere numerosi progressi. A creare, a dialogare attraverso confronti costruttivi.

L’uguaglianza dei generi non riguarda solo le donne, riguarda tutti.

Personalmente ho avuto grandi possibilità e sono stata molto fortunata nell’ essere riuscita a ottenere ciò che ho oggi, nonostante sia una donna; la possibilità di studiare, di viaggiare, di avere un lavoro che mi permette di sentirmi realizzata… ma non posso non notare che la mia è una realtà su tante.

Non posso non ammettere che la parità di genere non è ancora arrivata. Non posso non ammettere che fin troppo spesso la donna è ancora vista come qualcosa di inferiore.

Essere una donna è difficile, anche nella quotidianità. È sufficiente un piccolo esempio: viaggiando spesso, in molte situazioni mi ritrovo a dover rientrare a casa tardi. Di notte. Al buio. Sola. E la paura c’è.

Questa stessa paura però diminuisce se sono accompagnata da un amico. Da un uomo. Questo non è naturale, anche se troppo spesso nei nostri cervelli scatta un meccanismo automatico che accetta involontariamente le cose come stanno. Ma non dovrebbe essere così. Ogni donna – e ogni uomo – dovrebbe avere il diritto di sentirsi sicura, amata, protetta e compresa.

Se è difficile essere donna, però, non significa che essere un uomo sia facile.

Tutt’altro. Troppo spesso ho conosciuto ragazzi e uomini che si sentono imprigionati in una gabbia di pregiudizi.

Se un uomo è sensibile viene guardato in maniera strana, se un uomo piange quasi dovrebbe vergognarsene, se un adolescente non si comporta in certi modi allora viene subito additato…

Ma perché? Piangere, ridere, sognare, urlare, rimanere in silenzio… fa parte di ognuno di noi, degli esseri umani. Essere vulnerabili, essere forti, avere paura, avere coraggio… dovrebbe essere un qualcosa per gli uomini e per le donne.

Senza alcun pregiudizio e senza nessuna distinzione o discriminazione.

Gli uomini e le donne hanno bisogno l’uno dell’altra, è un bilancio che aiuta ad andare avanti, a trovare un giusto equilibrio. Senza competenze, senza essere “migliori” o “peggiori” l’uno dell’altra.

È possibile farlo attraverso il rispetto, l’ascolto. Una gentilezza.

Se un ragazzo nota che una ragazza che vorrebbe partecipare a una conversazione non viene quasi mai coinvolta, potrebbe prendere la palla al balzo e coinvolgerla, invece di far vincere l’indifferenza. Allo stesso modo una donna potrebbe avvicinarsi a un uomo e conversare con lui senza stupirsi delle sue reazioni.

Personalmente, credo che uomini e donne dovrebbero avere uguali diritti e opportunità. Credo che ogni essere umano dovrebbe avere uguali diritti e opportunità: uomini, donne, transgender, persone provenienti da qualsiasi Paese, credenti in qualsiasi religione…

Ma non è così.

Eppure, ognuno di noi nel suo piccolo può fare qualcosa per cambiare tutto questo.

Certo, sono stati fatti enormi passi avanti, ma non è abbastanza.

Ancora oggi le donne non godono degli stessi diritti degli uomini; discriminazione salariale, violenza e povertà che ancora oggi costituiscono elementi centrali nella discriminazione femminile. Si tratta di numerosi svantaggi in istituzioni politiche, culturali, sociali o amministrative.

Con la consapevolezza che, poiché ci si aspetta che una donna a una certa età diventi madre, allora non possa volersi dedicare a forme di progresso nella sua carriera. Se invece un uomo in carriera diventa papà, spesso è visto non come un limite ma come segno di responsabilità.

Personalmente, conosco numerose situazioni di bambine e ragazze in Paesi in via di sviluppo che non posso ignorare. Non voglio farlo. Ad esempio ho numerosi contatti in India, che è definito uno dei Paesi peggiori in cui nascere donna: le bambine sono spesso uccise alla nascita perché femmine. Vi sono matrimoni precoci, violenze fisiche e psicologiche, limiti all’educazione e alla possibilità di essere indipendenti.

Se io sono stata fortunata nel poter ricevere un’istruzione, nel poter avere un lavoro, nel poter coltivare le mie passioni e nel poter vivere nonostante sia nata femmina, in molti altri Paesi non è così.

E, semplicemente, non posso e non voglio fare finta di niente.

Ho conosciuto numerosi giovani e molti di loro mi hanno fatto notare che spesso le studentesse decidono di non seguire determinati studi perché andrebbero a fare delle professioni che sì adorano, ma che sono definite “da maschi” e, di conseguenza, si sentirebbero meno attraenti. Inoltre troppo spesso le bambine e le ragazze non sono incoraggiate, e persone che magari potrebbero portare grandi cambiamenti nella nostra società non hanno l’opportunità o la possibilità per farlo.

Parallelamente, bambini e adolescenti spesso si sentono in una gabbia, costretti a cancellare la loro sensibilità e vulnerabilità per comportarsi come i loro compagni. Per assumere atteggiamenti “maschili” che tutti gli altri hanno, ma con i quali non si sentono in sintonia.

Non dobbiamo inoltre dimenticare che quando parliamo di violenza, dobbiamo includere anche gli uomini. Perché sfortunatamente la violenza, così come la discriminazione, colpisce anche gli uomini e non soltanto le donne.

Per quanto mi riguarda il mio essere donna, noto delle differenze nei confronti dei miei coetanei uomini. Varcati i trent’anni, cambiano anche le voci che mi circondano.

Quelle voci curiose e anche un po’ meravigliate che mi domandano che cosa aspetto a fare un figlio, che cosa aspetto a trovarmi “un uomo che possa lavorare e darmi sicurezza”

Le domande sono tante, e troppo spesso non riesco a comprenderle. Perché dietro a ogni possibile risposta ci sono delle scelte da rispettare, delle tempistiche, delle osservazioni che magari mi vedono o non mi vedono pronta per un certo tipo di vita… E questo non capita solo a me, ma capita a tante altre donne che spesso si sentono accerchiare da domande alle quali non sanno rispondere. O, forse, neanche vogliamo.

Donne, uomini, adolescenti… le domande ci circondano sempre. E non è mai facile capire quale direzione prendere. Quello però so è che, nonostante la paura, è necessario essere chi siamo davvero. A partire da giovanissimi. Non concentriamoci su chi non siamo ma concentriamoci su chi siamo. Siamo noi stessi, con pregi e difetti, ma dovremmo avere il diritto di poter essere chi vogliamo essere e di poter godere di qualsiasi forma di libertà.

Quello che so, infatti, è che sono contraria a qualsiasi forma di discriminazione.

Penso che ognuno di noi possa fare qualcosa per migliorare questa situazione. Sia gli uomini sia le donne, spesso fonte di disagi e discriminazione anche nei confronti del proprio sesso.

Aiutare, cambiare, imparare… non è mai troppo presto per iniziare! Promuovi l’uguaglianza, l’ascolto, il dialogo, la gentilezza, la pace. Rispondi all’odio con il bene.

Fai sentire la tua voce e non far vincere l’indifferenza. Una frase che mi ha colpito molto è quella di Eleanor Roosvelt: << Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso.>>

Dobbiamo imparare ad amare il prossimo, ma anche ad amare noi stessi. A ricordarci quanto valiamo.

Perché nessuno di noi è perfetto: siamo esseri umani, non siamo perfetti e non lo saremo mai. Eppure in qualsiasi parte del mondo dovrebbe essere un diritto per tutti, davvero per tutti, poter essere chi desideriamo essere e come desideriamo essere, senza alcuna privazione, senza alcun limite, senza alcuna forma di violenza, ingiustizia o discriminazione.

È una lotta lunga e difficile, ma è una lotta necessaria. Affinché sia possibile per tutti quanti essere chi desideriamo essere. Senza ma e senza sé.

Con il sorriso sulle labbra, con la voglia di vivere negli occhi.

Affinché sia possibile promuovere la pace e non la violenza. L’uguaglianza e non la diversità. L’ascolto e non l’indifferenza.

Affinché sia possibile vedere bambini più felici, uomini che possono rimanere maggiormente al fianco dei figli, donne che hanno il diritto di prendere delle scelte sul proprio corpo o che possono raggiungere il mestiere che sognano senza limiti dovuti al loro sesso, uomini che possono esprimersi senza temere di essere giudicati.

Donne che possono chiedere a un uomo di uscire o di pagare il conto senza ritrovarsi in situazioni assurde, matrimoni basati sulla complicità, bambini e bambine che possano godere dell’infanzia, e la possibilità per tutti quanti, non solo per una parte del mondo, di essere ascoltati, accolti, visti, senza sentirsi inferiori.

Per essere davvero chi e come vogliamo essere.

Con la possibilità di una società equa. Dove per tutti sia possibile avere accesso all’educazione, avere un’infanzia, avere stesse possibilità e sentirsi al sicuro.

Insieme.

Una gamba davanti all’altra.


Per tutte le informazioni su Federica Pannocchia e la sua associazione è possibile consultare i seguenti link:

www.unponteperannefrank.org

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